Assisi, la materia prende forma

INTERVISTA AL MAESTRO E SCULTORE MATTEO PEDUCCI

di Marta Mallamace

Assisi non è solo città storica, culla della cultura e dello spirito. Tra le mura medievali si cela anche la cava degli scultori: gli Affiliati. Circondata di pietra e natura, c’è una ex cava dei primi anni del secolo scorso, sopra la valle del Tescio, confinante con la Rocca Maggiore. Il paesaggio è rigoglioso. Nell’aria c’è una densa polvere bianca che si muove lenta, il silenzio viene interrotto dall’entrata di Matteo Peducci, maestro e scultore di professione, formatosi a Carrara. Vanta prestigiose collaborazioni con importanti artisti, come Italo Zuffi, Krzysztof Bednarski, partecipazioni a simposi internazionali e mostre collettive, realizzazioni di importanti monumenti, come quelli commissionatigli dal re della Thailandia, insomma, un curriculum di tutto rispetto.

Il maestro e scultore Matteo Peducci

Maestro Peducci, da dove nasce il desiderio di fare sculture?

Più che un desiderio, per me è sempre stata un’esigenza primaria. Fin da piccolo, spinto dall’insaziabile curiosità verso il mondo esterno, ho instaurato un rapporto di gioco con la materia, che poi si è mantenuto nel tempo. Questo rapporto, grazie agli studi, alle ore di lavoro e al contesto in cui mi trovavo, si è evoluto e rafforzato, anche in una sua parte concettuale. Dovevo esprimermi ed ero in grado di dominare le tecniche necessarie per farlo. Ho cominciato a ragionare sulla mia formazione; come conciliare il lavoro artigianale con il lavoro artistico, per farlo diventare una professione. Dopo l’Accademia di belle arti di Carrara e l’esperienza lavorativa maturata in vari laboratori, ho conosciuto Teresa Telara, imprenditrice proprietaria di una cava di marmo; mi ha proposto di avviare un lavoro di scultura all’interno del suo spazio. Quello è stato un incontro molto importante: ci sono rimasto fino al 2010, quando me ne sono andato da Carrara, per venire qui ad Assisi e fondare il mio progetto.

Attualmente lavora e gestisce l’azienda “Gli Affiliati di Matteo Peducci”, laboratorio artistico e scultoreo, che si trova ad Assisi. Ci parli di questo progetto.

Durante il periodo accademico tutti volevamo fare arte. Ognuno di noi ambiva alla figura professionale dell’artista, idealizzandola. Non accettavamo di dover passare per l’insegnamento tecnico e culturale della storia dell’arte. Io e miei colleghi di allora sentivamo la necessità di creare uno spazio, dove ci si potesse confrontare con la materia, dove ci si potesse fermare per studiare tutte quelle tecniche che si stavano perdendo e che noi, poi,  abbiamo recuperato. Ci siamo connessi a molte realtà di vecchi artigiani che, prima di andare in pensione, ci hanno lasciato il testimone. Sono nati così i primi centri, fondati su un’idea pratica di laboratorio: una nuova visione di fare bottega, dalla struttura rinascimentale ma con una forte proposizione contemporanea. Abbiamo trovato uno spazio fisico dove concretizzare il progetto, attivo dal 2020, ed è nata così la Cava: indissolubile sodalizio, fondato su interrogativi comuni e medesime visioni dell’arte. La scultura si fa in più persone, non puoi affrontare un blocco di marmo da solo, è cosa troppo forte. Va ricreata l’intera filiera della disciplina scultorea, con cui gestire tutto il processo, partendo dal disegno fino ad arrivare alla realizzazione finale in marmo. Attualmente ci troviamo ad Assisi, nel cuore verde dell’Umbria, noi siamo gli Affiliati.

Una delle opere di Matteo Peducci

Cosa significa per lei questo metodo di “fare bottega”?

E’ un metodo per rieducarci ad una vita più naturale. Oggi i ritmi sono iper-velocizzati, dettati da tempistiche, mediatiche ed economiche, che hanno trasformato profondamente il nostro settore. Tutto questo a discapito delle tecniche e delle conoscenze che vanno sempre più perdendosi. Noi vogliamo creare un contro potere, che bilanci questo rapporto. Ecco perché la presenza di uno spazio di questo genere, nel nostro secolo soprattutto. Portiamo avanti un’idea di bellezza, che possa servire ad altri. Un luogo di fermento, anche intellettivo, dove è possibile vedere emergere innovazioni e fare nuove scoperte.

Perché ha scelto proprio il marmo?

Lo reputo una delle materie più pure che abbiamo sul pianeta. Soprattutto il marmo di Carrara, che è un cristallo bianco, un carbonato di calcio puro al 98.8%. È quasi un elemento chimico. Il discorso di utilizzarlo era la sfida più grande, per me. Comprenderne le possibilità fisiche mi avrebbe permesso di accedere alle possibilità di molte altre materialità, e così è stato. In più il marmo, in quanto pietra, è il materiale più importante per antonomasia. In fondo, il nostro pianeta è fatto di roccia: il primo materiale che l’essere umano ha utilizzato, con cui ha creato una scintilla e dato origine al fuoco. È uno degli elementi primari.

Molte delle sue opere hanno una base fortemente scientifica. Lei stesso, più volte, ha parlato di diverse ricerche, sull’incontro tra materia geologica e materia biologica. Ci parli del legame che c’è tra la scienza e la sua arte, e delle ricerche.

Con le mie opere mi piacerebbe divulgare le possibilità che i materiali hanno da offrirci. La materia, in un certo modo, conserva dei segreti e delle conoscenze che in questa società non vengono valutate abbastanza, ma che potrebbero esserci davvero utili. Come artista mi servo della scienza per andare a indagare profondamente tutto questo. Studiando l’archeologia del passato e le sue tecniche di costruzione, appartenenti principalmente alle civiltà antiche, sono venuto a conoscenza di blocchi di calcare aggregati tramite dei processi di geo polimerizzazione, che prevedono la triturazione di inerti, quindi materiali di scarto, ricristallizzati tramite alluminosilicati. Questi processi permettono la ricostituzione di pietre che hanno una durezza eguale a quella della pietra naturale e favoriscono il recupero di tutti quei detriti da lavorazione, compresi i metalli e i rifiuti urbani, che potrebbero diventare una risorsa. Ma senza entrare in termini tecnici, quello che mi interessava era la possibilità che ha la pietra di essere riaggregata, di essere colata: vedere il materiale rigido e duro come plasmabile. Ho scoperto che è possibile farlo con queste antiche tecnologie, così le ho recuperate, ho riprodotto in laboratorio alcuni esempi di questo processo e ho scoperto che potevano essere una valida alternativa, anche ecosostenibile, alla grande produzione di cementi. Un’artista ha questa responsabilità, mettere la sua sensibilità al servizio del mondo, tornando ad avere un ruolo societario di sviluppo e di invenzione. L’opera d’arte, invece, non deve solo comunicare una sensazione, ma avere, se possibile, intrinseca dentro di sé nuove informazioni. Noi studiamo i resti delle civiltà classiche poiché, essendo state edificate sulla pietra, ci hanno lasciato delle tracce a cui fare riferimento, a differenza della nostra civiltà invece, costruita in cemento. I processi di geo polimerizzazione potrebbero traghettare la nostra cultura in avanti e preservarne le  conoscenze. Oltre ad essere una soluzione tecnica, il geo polimero è anche una soluzione culturale. Un’altra ricerca interessante è quella sulla galvanotecnica, con cui ho visto la possibilità di far crescere la materia. Una volta raggiunte le vette estetiche maggiori, ho capito che questo marmo aveva possibilità infinite di emulazione. È possibile coltivare un’opera d’arte minerale, è possibile coltivare una scultura come una pianta, grazie all’elettrochimica. Queste pietre hanno avuto un processo di crescita altamente velocizzato e visibile, a cui noi esseri umani non avremmo potuto assistere a causa delle tempistiche estremamente lunghe della loro crescita naturale. Così ho cresciuto le mie opere, fino ad arrivare al punto di depositare spessori di materia di centimetri, nell’arco di poche ore. Questo ci svela i processi di creazione della materia.

Ma non siete i primi a sviluppare queste indagini.

No, infatti. Tutto questo veniva già indagato da scienziati del primo Novecento, come Guglielmo Marconi, Pier Luigi Ighina, Victor Schlumberger e tanti altri. Mi sono connesso a queste ricerche e come artista le ho volute sviluppare in maniera estetica. Ho voluto renderle visibili per un pubblico, dimostrando che niente in questo modo è impossibile. Non possiamo pensare niente che non sia realizzabile.

E' TEMPO DI SCIOGLIERE LE VELE... I MARI ITALIANI TI ASPETTANO